“Ai vostri posti… pronti… peeeee!”.
Sembra il clacson di una vecchia macchina scassata invece é il suono fastidioso dello start, una sirena assordante che il giudice aziona per far partire la batteria. Ne mancano sette. Sette batterie, la mia è l’ultima.
Ho una fifa blu, io non ci volevo neanche venire a fare ‘sta gara. Mi tremano le gambe dalla paura.
La tensione mi paralizza, ho le mani ghiacciate e non riesco a controllare i movimenti, continuo a saltellare e a roteare le braccia, manco fosse una gara di nuoto. Invece sono i trecento metri piani. Atletica leggera. Che di leggero non ha un bel niente, io li sento pesanti come macigni, ‘sti trecento metri. Una gara che alle Olimpiadi neanche esiste. Mi ha detto il prof che per noi di quattordici anni i quattrocento metri sono troppo lunghi, quindi ci fanno correre i trecento.
Ci hanno raggruppato qui davanti al banco di chiamata per formare le batterie e assegnarci il numero di corsia, siamo all’interno della pista di atletica, vicino al materassone del salto in alto, saremo una cinquantina. Guardo la faccia degli altri e nessuno è terrorizzato quanto me, sembrano tutti calmi e concentrati per la gara.
“Ai vostri posti… pronti… peeeee!” meno sei.
“Locatelli!”.
“Locaaa”.
È il mio prof di educazione fisica che fa anche l’allenatore di atletica dopo la scuola, è lì che grida, dietro la rete. È stato lui a reclutarmi durante l’ora di lezione.
Un giorno, alla fine dell’ora di ginnastica, ci ha raggruppato al centro della palestra e ci ha domandato quanti avrebbero voluto fare una gara di atletica, i trecento metri. Nessuna mano alzata, naturalmente.
“Bene” ha detto, “allora scelgo io”.
Aveva scelto Ronioni e Furlan ma entrambi giocano a calcio, di conseguenza tutte le domeniche sono impegnati. Così come Andreoli, Cataldo, Giglioli, Berardi e Cucchi, tutti calciatori.
Quindi aveva scelto Beretta che però doveva fare una gara di nuoto, Miriani era impegnato con gli scout e Scarnecchia era capitano della squadra di basket e non poteva certo lasciare i compagni per una gara di atletica.
“Locatelli, tu che hai da fare?” mi ha chiesto.
Lì per lì non mi venne in mente nessuna scusa valida quindi candidamente risposi:
“Niente”.
“Bene, allora Luca Locatelli farà la gara di atletica”. Sentivo i compagni che sghignazzavano e si davano di gomito sussurrando qualche battuta poco incoraggiante.
Luca Locatelli. Devo ringraziare i miei genitori per questo nome. Luca. Detto così potrebbe sembrare un nome comune, quasi banale. Però, da sempre, a scuola mi chiamano Loca. Luca Loca. E anche così non fa molto ridere se non fosse che un giorno, sulla lavagna della classe, ho trovato scritto: Luca l’Oca. È stata la fine. Da quel giorno i miei compagni mi hanno chiamato solo Loca con la “o” aperta di oca.
“Ah, Locatelli…”.
“Sì ?”.
“Fa le cose per bene” e tutti giù a ridere.
Non sono mai stato uno sportivo fenomenale, neanche discreto. Io con lo sport non ho proprio niente a che fare, non ci azzecco. Quando si fanno le squadre di calcio vengo scelto sempre per ultimo, il più scarso. Naturalmente per stare in porta. Una volta, per ribellarmi alla dura legge del campo, ho provato a portare il pallone per acquisire importanza e autorevolezza, volevo fare io le squadre. Niente da fare, in trenta secondi mi hanno preso il pallone e sono finito in porta. Pazienza. I risultati poco incoraggianti del calcio mi hanno spinto a provare con il nuoto. Un disastro. In tre anni di corsi di nuoto i miei compagni, dopo aver passato le corsie “Barracuda” “Spada” e “Delfino” sono arrivati tutti all’ultima corsia, quella degli “Squalo”. Io sono ancora fermo alla prima, i “Nemo”.
Si potrebbe pensare che io sia il classico secchione negato per lo sport. Macchè! Solitamente a maggio, nella roulette russa (l’ultima interrogazione di recupero) riesco a strappare con le unghie un seimenomeno che mi salva dalla bocciatura.
Mi piace suonare il piano. Quello mi piace fare, e mi riesce anche bene! Posso suonare per ore senza stancarmi e mi esercito tutti i giorni. Adoro fare gli esercizi di ritmica, di melodia, di tecnica per le dita e soprattutto adoro solfeggio. Passo ore a fare esercizi di solfeggio. Quelli che tutti odiano.
“Ai vostri posti… pronti… peeeee!” mancano cinque batterie.
Non è il momento di parlare di musica, ora mi trovo qui, in mezzo a cinquanta disgraziati che al banco di chiamata aspettano il proprio turno per correre.
Intanto sento la paura crescere, non riesco neanche più a saltellare, mi sono seduto qui in un angolo e aspetto.
“Oh, Locatelli”.
Mi giro verso la recinzione. Il mio prof.
“Vieni, Loca”.
Mi avvicino alla rete e non so se sputtanarmi e confessare che me la sto facendo sotto o far finta di niente e dire che va tutto bene. Arrivo alla rete e il prof subito incalza, chiedendomi di dare il massimo. Ride. Forse guardandomi in faccia si è reso conto che ho il pallore tipico delle salme.
Gli chiedo: “Senta prof mi conviene partire piano per arrivare forte o partire forte per poi arrivare più lento al traguardo?”.
“Bravo Locatelli! Senti cosa devi fare: appena ti danno il via parti al massimo così li stacchi tutti, poi a metà gara, quando sei ormai a metà curva, acceleri per mantenere le distanze. Infine, sul rettilineo finale, vai al massimo e vinci”.
“…”.
“Locatelli, fa le cose perbene” e giù una bella risata.
Grazie prof.
Porca puttana che fifa, ma quante batterie mancano? Chissà poi perché ho ‘sta paura, in fondo devo solo correre, lo faccio da almeno dieci anni!
“Ai vostri posti… pronti… peeeeee”.
Siamo rimasti in dodici. Un giudice viene verso il banco di chiamata per formare le ultime due batterie. Io sono in ultima batteria e in ultima corsia, la sei. Il cuore batte come un tamburo.
“Locatelliiii” sempre il prof da dietro la rete.
“Sì prof?”.
“In che corsia sei?”.
“Ultima, la sei”.
“Nooo, che sfiga!”.
“Perché?”.
“… Niente, niente. Oh Loca, fa le cose perbene” altra risata.
“Ma chi è quel tipo, il tuo allenatore?” fa un ragazzo accanto a me che ha assistito alla scena.
“Sì, è anche il mio prof di educazione fisica”.
“Perché continua a dirti fa le cose perbene e poi ride come uno scemo?”.
“Boh, mi hanno detto che uno spot televisivo degli anni ottanta diceva Locatelli fa le cose perbene, io mi chiamo Locatelli”.
“Ah! …non mi fa ridere”.
“Neanche a me”. Questo tizio sembra simpatico. Anche lui ha quattordici anni ma sarà venti centimetri più alto di me.
Gli chiedo: “Perché sono sfigato se parto in ultima corsia?”.
Mi spiega che la sesta corsia è la più esterna, quindi quello che corre il sesta corsia fa la curva più larga di tutti. E correre in curva è molto più difficile. Chi parte all’esterno fa più metri in curva rispetto a chi parte nelle altre corsie. È per questo che alla partenza non siamo tutti sulla stessa linea, quello in sesta parte più avanti ma è solo un’impressione.
Faccio finta di aver capito.
“Te ne accorgerai, vedrai...”. Incoraggiante.
Oddio manca una sola batteria. La mia.
Panico. Mi sento debolissimo. Dovrei essere carico e grintoso, invece mi sento le gambe molli, mollissime. Mi viene da vomitare.
Un giudice urla: “Pronti per l’ultima batteria!”.
Ho già il fiatone. Mi avvicino alla sesta corsia e cerco di saltellare per vedere se ho ancora l’uso delle gambe.
Siamo tutti schierati. Io davanti non ho nessuno perché sono alla sesta corsia e parto più avanti di tutti. Ci siamo.
“Ai vostri posti…”.
Punto i piedi sui due blocchi di metallo.
“Pronti…” alzo il culo per quanto possibile senza perdere l’equilibrio, il cuore già batte a duecento all’ora.
“Peeee!” vai!
Vai – vai – vai – vai – vai - vai Loca, vai!
Vai Loca, corri forte. No Loca, non troppo forte che sennò non arrivi più.
Vai –vai – vai –vai, non ti girare, non guardare gli altri, vai – vai - vai.
Ho il cuore che sembra una mitragliatrice. Respira Loca, respira.
Corri cazzo, corri.
Respira, non hai ancora respirato. Respira Loca, respira.
Ogni volta che prendo aria emetto suoni impressionanti, sembro un maiale al macello. E poi mi sento un fuoco in gola che mi brucia le tonsille. Non importa, corri.
Dai che non ti ha ancora superato nessuno.
La curva, cazzo inizia la curva. E adesso? Niente Loca, corri.
Piego leggermente la testa a sinistra per contrastare la forza centrifuga. In effetti è difficile correre in curva. Vai Loca, vai.
Sento le gambe che diventano dure. Non ci pensare, vai che la curva è finita, mancano cento metri. Vai al massimo adesso.
Non mi ha ancora superato nessuno, cazzo sto andando forte. Vai Loca.
Oddio ho le gambe durissime, non vanno più. Resisti Loca, mancano cinquanta metri.
Sto per morire, non ce la faccio più. Ho le cosce di marmo. Non ce la faccio. Mi manca il respiro. Dai che mancano pochi metri.
Vai Loca, vai – vai – vai – vai.
Vedo la linea del traguardo che lentissima si avvicina. All’arrivo ci sono un sacco di giudici con la tuta bianca. Sento le urla di incoraggiamento dagli spalti. Mi esalta. Ci sei Loca, un ultimo sforzo.
Dai... ecco l’arrivo... finita. È finita! Mi sdraio sulla pista subito dopo la linea del traguardo, sono distrutto non riesco a respirare. Ce l’ho fatta, primo. Sono arrivato primo. Cazzo non ci posso credere, ho vinto!
Ho la vista annebbiata, la gola in fiamme, le gambe di cemento e un chilo di saliva che mi impasta la bocca.
Però ho vinto. Per la prima volta in vita mia ho vinto.
Lasciatemi in terra ancora un momento. Butto lo sguardo una trentina di metri più in là, verso la tribuna dove ci sono i miei genitori. Mamma ha le mani giunte davanti alla bocca come avesse visto un fantasma. Papà con le dita appese alla rete scuote il testone guardandosi i piedi.
Che c’è, mamma? Non sei felice? Ho vinto!
Mi si avvicina un giudice che mi chiede: “Ma sei sordo?”.
“Un attimo ancora, giudice. Un attimo e mi alzo” dico ansimando.
“Locaaa” è il prof che urla come un pazzo.
Alzo stancamente una mano in segno di saluto e ringraziamento.
“Che cazzo fai?”.
Che c’è prof, che succede?
“Non vedi che sei solo?” è ancora il giudice.
Mi guardo intorno e noto effettivamente che non ci sono gli altri concorrenti. Sono solo nella mia corsia sei.
“Hai fatto una falsa partenza e anziché fermarti hai proseguito fino al traguardo. Il giudice ha cercato di fermarti suonando cinque volte la sirena. Non hai sentito niente?”.
No. Non ho sentito niente. Dopo la partenza non ho sentito più niente.
“Adesso puoi spostarti dalla pista? Dobbiamo far partire l’ultima batteria”.
Mi trascino a fatica sull’erba del campo di calcio. Rimango lì con la testa fra le mani, mi sento tutti gli occhi addosso. Ma come cazzo ho fatto a non sentire il giudice, la sirena, i fischi e le urla di tutti quelli che cercavano di fermarmi? Ho fatto una fatica boia per niente.
“Grande Locaaa” da dietro la rete ci sono i miei compagni Rizzo e Cambieri che ridono come pazzi.
Che figura di merda. Mi prenderanno per il culo a vita.
Intanto fanno partire l’ultima batteria. Seguo con lo sguardo tutta la gara di quelli che fino a due minuti fa dovevano essere i miei avversari.
Ho un senso di vergogna e impotenza che mi viene da piangere. Ormai non posso farci niente.
Arrivano sul traguardo molto vicini tra loro. Di pochi centimetri però vince quello della corsia tre. Quello alto di prima, quello che mi ha chiesto del mio prof scemo.
Bravo, sei il campione. Speriamo che adesso guardino tutti te. Speriamo che si dimentichino in fretta di me. Vorrei tornare a vivere nella solita indifferenza generale. Voglio tornare a casa a suonare il piano.
Sono seduto qui sull’erba da quasi un quarto d’ora, tutti quelli che mi sono passati vicino hanno cercato di confortarmi, chi con una pacca sulla spalla chi scompigliandomi i capelli. Tutti però con un sorriso grande così. La pista si sta lentamente svuotando dei giudici, atleti e allenatori. Le tribune sono quasi deserte. Ci sono i miei che aspettano.
Mi alzo in piedi, le gambe mi fanno malissimo, sono stanco morto. Mi si avvicina un signore anziano sulla quarantina, ha la tuta da ginnastica gli occhiali e due grandi baffoni neri sotto le narici:
“Locatelli, ho visto la tua gara”.
“…Sì lo so, non ho sentito la sirena della falsa partenza, poi davanti non c’era nessuno quindi non mi sono accorto di niente”.
“Già, se ne sono accorti gli altri però. Ma non è questo il punto. Il punto è che mentre tutti gli altri urlavano per fermarti io ho preso il tempo con il cronometro”.
“E allora?”.
“Ho cronometrato la tua corsa solitaria. Sai quanto hai fatto?”.
“No”.
“Hai fatto tre secondi meno del ragazzo che ha vinto la gara. Guarda che è un buon risultato, tre secondi in meno sono un’eternità”.
“Ah…”.
“Mi chiamo Emilio Contini e sono l’allenatore di un’importante società di atletica leggera. Ti propongo di far parte della squadra, secondo me con una migliore tecnica di corsa e un buon allenamento potresti ottenere ottimi risultati. Che ne dici? Certo prima dobbiamo risolvere il problema del tuo udito…”.
Uh! quanto mi fa ridere, questo.
“Non saprei, è la prima gara di atletica della mia vita, ho fatto una fatica incredibile e un’incredibile figura di merda. Se penso a una seconda gara…”.
“Pensaci, fatti sentire”.
Mi porge un foglietto con un numero di telefono, mi dà una pacca sulla spalla e se ne va.
Tre secondi meno. Allora è come se avessi vinto davvero!? Questo tizio mi vuole nella sua squadra di atletica. Potrei riscattare la figuraccia di oggi e diventare l’eroe della scuola. Potrei diventare un professionista, girare il mondo e magari fare le Olimpiadi. Potrei battere il record del mondo. Potrei…
Esco dai cancelli e c’è mamma che mi abbraccia e mi dà un bacio sulla fronte, papà mi mette una mano sulla testa e mi dice: “Non importa, hai corso bene”.
Il cielo che sembrava volesse schiacciarmi è diventato adesso molto più leggero. Voglio tornare a casa.
Prima di entrare in macchina incrocio il signor Contini che saluta i miei e sorridendo dice: “Vostro figlio potrebbe avere un ottimo futuro con l’atletica”.
“Nostro figlio avrà un ottimo futuro a prescindere dall’atletica”. Papà ci tiene alla precisione.
Contini annuisce: “Certo! Allora Luca, cosa farai?”.mmm..“Voglio andare a casa a suonare il piano”.!